Per tante persone la nostra generazione può sembrare strana, diversa. E’ infatti normale vedere ragazzi e ragazze che, pur maggiorenni, non riescono ad uscire da quest’eterna adolescenza.

 In prima battuta verrebbe da pensare che i giovani siano tutti, o quasi, una massa di rammolliti cresciuti nella bambagia; perdio ogni tanto ci casco anche io quando mi volto ad osservare i miei coetanei. Per comprendere realmente ciò che sta accadendo alla generazione dei ventenni dobbiamo porci una domanda, forse semplice si, ma che ci permette di comprenderli.

Cosa significa essere giovani oggi?

Partiamo dal fatto che, è inutile nasconderlo, moltissimi giovani sono cresciuti anagraficamente ma non mentalmente. Vissuti nell’epoca delle comodità, del <<tanto-c’è-mamma>>. Nati nel periodo dei diritti senza doveri, in cui tutti possono fare tutto, persino permettersi di non crescere mai. Però credo sia vero anche il fatto che un bambino, per diventare adulto, vada guidato ed educato. Perché crescere è un cammino, è una lunga e lenta evoluzione che trasforma un piccolo di umano in un uomo.

Il problema risiede però proprio in questa fase, che spesso non inizia o che, quando inizia, non arriva mai alla sua naturale conclusione. Nella maggior parte dei casi infatti tutto parte dai genitori, ovvero i primi a non essere mai usciti realmente dall’adolescenza. Padri e madri che, pur di non commettere l’enorme sforzo di educare i propri figli, preferiscono accontentarli in tutto e per tutto; trattandoli come piccoli principi e piccole principesse che non conoscono la parola <<no>> e che, non meno importante, ignorano che al mondo vi è anche il male. Ahimè quasi sempre in netto vantaggio rispetto al bene.

Un circolo vizioso tra generazioni

Alla fine è solo un altro dei circoli viziosi che adornano la nostra società: persone non cresciute che a loro volta non fanno crescere delle altre persone, rendendo i bambini dei ragazzi incapaci di vivere una vita normale. Ai giovani d’oggi possiamo quindi imputare realmente poco.

Per non parlare poi del mondo in cui questi ragazzi si ritrovano a vivere: un mondo che non offre niente all’infuori di un futuro incerto e sicuramente non roseo. Stiamo parlando di giovani che, se le cose non dovessero cambiare, non sapranno mai cosa significa avere una casa di proprietà; non sapranno mai cosa significa raggiungere una pensione meritata. Questo non perché non vogliano, anzi, ma perché non lavorano. Giovani cresciuti da una generazione, quella precedente, che non fa altro che svalutarli, ragazzi e ragazze che studiano e si impegnano per poi sentirsi dire che l’ambizione è sbagliata. Figli di una società che non è in grado di capirli, che non vuole sfruttare le loro potenzialità biologiche e ideative: una società fallita. Passando per quei meno giovani che, non avendo evidentemente concezione della realtà, continuano a proferire verbo con frasi ignobili del tipo <<ai-miei-tempi…>>.

Ai vostri tempi cosa?

 La verità, cari miei, è che voi ai “vostri tempi” avevate tutto: avevate l’opportunità di trovare subito un lavoro, spesso statale o comunque fisso. Avevate la possibilità di organizzarvi la vita, accendendo un mutuo fin da giovani per acquistare la vostra prima casa, poi magari anche la seconda perché se no le vacanze dove le fai? Non vi siete fatti scrupoli nel promulgare leggi criminali come quella che autorizzava ad andare in pensione, tra l’altro con metodo retributivo, dopo soli diciannove anni di lavoro. Pensioni che vi stiamo pagando noi, proprio noi che in pensione invece non ci andremo mai.

Noi che siamo costretti a partire per lavorare, ad abbandonare la nostra terra e i nostri affetti per ambire, pensate un po’, a fare i camerieri in un ristorante londinese o in una gelateria tedesca. Noi che per accendere un mutuo e tirare su famiglia dobbiamo aspettare come minimo i trentacinque anni, sperando nella fortuna di avere un lavoro stabile che ci permetta di vivere e non di sopravvivere. Lavoro che per molti di noi oggi è quasi schiavitù, con turni massacranti e riposi inesistenti. Lavoro che spesso non è neanche regolare, non è assicurato, perché sappiamo bene che <<a-nero-conviene>>. Poi però quando ci permettiamo di dire “no”, quando non accettiamo di abbassarci a livello di servitù, siamo noi che non abbiamo voglia di lavorare.

Quindi scusate se la nostra generazione soffre di problemi che voi non avevate.

Scusate se viviamo in una società dove la generazione dei nostri stessi genitori ci ha rubato il diritto al futuro, ovvero alla nostra dignità.


Nicolò Ibba
Classe 1999, mi piace ragionare sui problemi della società e cercare di trovare una soluzione razionale. Nella vita mi occupo di emergenze, lavoro nella più grande istituzione umanitaria del Mondo...ogni tanto cercherò di "lasciarvi" qualcosa del mio lavoro.

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