91 e 82

Non si tratta dell’ambo vincente di qualche tombola, e neanche della combinazione per aprire una cassaforte o un forziere pirata, ma sono i numeri protagonisti delle sessantesime elezioni per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Prima di addentrarci nella spirale dei numeri, però, facciamo un passo indietro. Anzi facciamone quattordici, di passi indietro, fino a due mercoledì fa, il 17 gennaio 2024, in un’aula del tribunale di New York.

«Devo chiedere al signor Trump di fare attenzione a tenere un tono di voce più basso mentre si consulta con i suoi avvocati, e mentre la signora Carroll è al banco dei testimoni. Altrimenti dovrò cacciarla dall’aula. Signor Trump, lo so che non vede l’ora che lo faccia. A quanto pare, non si sa controllare». L’ordinamento giuridico americano dice che non si possono scattare fotografie durante i processi, ma l’artista di tribunale presente quando il giudice Kaplan ha pronunciato questo ammonimento, ha saputo sapientemente tracciare sul foglio la linea delle folte sopracciglia del giudice in un angolo piuttosto acuto.

Il disegno suggerisce l’irritazione di Lewis Kaplan, un acclimatato ed esperto giudice federale nominato da Bill Clinton nel 1994, che sta presiedendo il processo per diffamazione in cui l’ex presidente degli Stati Uniti è imputato. E in cui l’imputato stesso si sta comportando come fa abitualmente ovunque, cioè, sfidando l’altro: «Mi piacerebbe, mi piacerebbe molto che lo facesse», risponde un imperturbato Trump, con un’alzata di spalle e il gesto di chi saluta per andarsene. La persona diffamata è invece E. Jean Carroll, scrittrice e giornalista americana che nel 2019 aveva denunciato Trump per molestia sessuale. Negli anni lui ha risposto pubblicamente calunniando la donna e negando tutte le accuse, ed è stato deciso che pagherà più di 83 milioni di dollari per questi attacchi verbali. Ma questa è un’altra storia, con altri numeri, che non riguardano direttamente quelli della nostra successione iniziale. O meglio, sono numeri che si nascondono dietro uno di quelli, il 91.

La cartella giudiziaria di Donald J. Trump, ad oggi, colleziona 91 capi d’accusa, in quattro casi diversi. Nelle varie corti federali e statali, l’ex presidente degli Stati Uniti è incriminato di – inspirate a fondo prima di leggere la lista, ha senso solo se letta tutta d’un fiato – una transazione illegale a un’attrice di film porno, la posizione ambigua riguardo a documenti riservati trovati in una villa di sua proprietà, il tentativo di sovversione dei risultati elettorali presidenziali del 2020 nello stato della Georgia, e la cospirazione che ha portato all’assalto del Congresso da parte dei suoi sostenitori, il 6 gennaio 2021. L’onesta reazione di chiunque a una situazione giudiziaria di questa portata non sarebbe certamente delle più positive, ma Trump, dopo essersi dichiarato innocente per ogni singolo capo d’accusa, non si è smosso di un centimetro, e lo scorso novembre ha annunciato la sua ricandidatura alle prossime elezioni presidenziali.

Come può pensare di candidarsi? Come può pensare di conservare il consenso dell’elettorato? Per comprendere l’attitudine di Trump, la sicurezza, the audacity, come direbbero i frequentatori di TikTok, basta ripescare uno spezzone di un discorso fatto a un raduno in Iowa nel gennaio del 2016. Trump scherza: «I miei sostenitori sono le persone più leali che esistano, li avete visti? Potrei stare in mezzo alla fifth avenue e sparare a qualcuno e non perderei nessun voto, okay?» Il pubblico ride a quella che sembra essere un’esagerazione per adulare i suoi elettori rossi, ma dopo otto anni abbiamo la certezza che non ci sia niente di così iperbolico nella fedeltà dei suoi seguaci (i quali, attenzione però, non sono tutti i repubblicani). «Non credo che sia un criminale, è normale essere attaccati dagli avversari politici. È successo a Nelson Mandela, a Martin Luther King, a Ghandi», ha commentato Yvonne Julian, presidente della sezione del partito repubblicano di Greenville, in South Carolina. L’avversario politico a cui Julian fa riferimento è l’altro protagonista di questa prima puntata di Oltreoceano, e anche lui si nasconde dietro un numero.

Joseph R. Biden, nei suoi quattro anni di presidenza, raramente si è fatto scappare la parola «Trump». Si è riferito al suo predecessore parlando indirettamente di ‘passato’, e ha sempre preferito una retorica opposta a quella del suo avversario irruento, e cioè quella del politico classico, ma in realtà, nei suoi quattro anni di mandato, parecchio del suo lavoro nello Studio Ovale ha riguardato direttamente ciò che aveva fatto – o disfatto – proprio Trump. Biden parla dell’America con il «we» – noi – e allega sempre un «together» per rafforzare un concetto di unità del paese. Probabilmente democracy è stata la prima parola pronunciata dopo mamma, e appena è salito alla presidenza nel 2021 si è preoccupato di far sapere al resto del mondo che la diplomazia sarebbe di nuovo stata il primo strumento da usare, e non l’imprevedibilità. Ricostruire legami con l’Europa che Trump aveva dilaniato, riallacciare i rapporti, ristabilire l’ordine sono stati i dettami della nuova legislazione che Biden ha dovuto allontanare dall’Amministrazione Trump. Durante i suoi quattro anni, il presidente democratico ha gestito la crisi del Covid con le campagne vaccinali e la ripresa economica, aiutato la riduzione dell’inflazione, riportato in auge i discorsi sulla protezione delle comunità LGBTQI+, sul cambiamento climatico, sull’accesso alla sanità pubblica. Di nuovo, questa è un’altra storia, condensata dal record della Casa Bianca in una lista delle promesse mantenute dal duo Biden-Harris. Tuttavia, essere politici abili a ottenere risultati non significa essere politici amati, e il motivo sta anche nell’82.

82 sono gli anni che quest’anno compirà Biden: è già stato il presidente degli Stati Uniti più anziano a entrare alla Casa Bianca, e se a novembre verrà rieletto, batterà il suo stesso record. Il fattore età, di per sé, sarebbe solo un’illusione stampata sulla carta d’identità (Trump ne ha 77), ma quattro anni di presidenza significano quattro anni di serrata routine di apparizioni pubbliche e discorsi davanti a folle di ogni misura, e il tempo trascorso alla capo del paese non ha risparmiato Biden. YouTube pullula di playlist dei «momenti più esilaranti del presidente Biden» che evidenziano la sua fioca personalità ‘da palco’ e gli sprazzi di un fisiologico e inesorabilmente umano declino. È famosa la notizia della sua caduta dalla scaletta dell’Air Force One, così come quella dalla bicicletta. Ciò che è più facilmente visibile è però il suo eloquio a volte incerto e confuso, con un ritorno di un antico difetto di pronuncia, il balbettio, che negli anni aveva cercato di normalizzare, come esempio di rappresentanza per i più giovani che affrontavano una situazione simile.

«Lo so che non sembro così vecchio. Lo so. Mi manca poco ai 103. Credo nel primo emendamento, e non solo perché l’ha scritto il mio caro amico Jimmy Madison». La squadra di Biden è consapevole dell’elemento età, e di come questo, durante il mandato, abbia giocato un grosso ruolo nell’inficiare (insieme ad altri motivi altrettanto grandi, di cui parleremo più avanti nella campagna) il tasso di popolarità di Biden. Il 77% degli americani (democratici e repubblicani) pensa che l’età del presidente sarebbe un problema, in caso della sua rielezione. Per combattere la situazione delicata, la strategia della fazione blu che sostiene il presidente in uscita sembra aver assunto più sfaccettature. La prima è l’autoironia: «Mi sono diplomato 300 anni fa»,«Sono un buddy dei padri fondatori». Biden inoltre frequenta meno eventi (la campagna elettorale è cominciata e lo si è visto ancora molto poco), ed evita le interviste a bruciapelo dei giornalisti presenti, prediligendo quelle programmate. Oppure, si affida a persone di fiducia che parlano per lui durante i dibattiti televisivi, come il governatore della California, il democratico Gavin Newsom.

Trump si crogiola nella debolezza di linguaggio e di performance pubblica di quello che probabilmente sarà il suo avversario democratico nelle elezioni di martedì 5 novembre (perché si vota di martedì? Anche di questo ne parleremo), inscenando imitazioni esagerate per evidenziarne l’età avanzata. Condizione che lui sembra invece non conoscere, fiero su un palco di un comizio in Nevada, lo scorso sabato 27, il giorno dopo la condanna alla multa di 83 milioni di dollari. Il motivo per cui quattro anni di differenza sulla carta d’identità sembrano un abisso generazionale è legato all’insuperabile forza energica che sembra aleggiare intorno a Trump: i supporters sono rumorosi più di una folla da stadio, e lui sembra nutrirsi di quel rumore e trasmetterlo a sua volta nel tono di voce, nella sicurezza, nell’audacity della sua comunicazione, non importa quanto sia estremo.

91 e 82: ho presentato i capi d’accusa di Trump e l’età di Biden come i primari, i più evidenti elementi dei probabilissimi protagonisti dello scontro presidenziale 2024. Tuttavia, una piccola differenza che è utile sottolineare: i due ‘problemi’ non sembrano un problema di uno dei candidati. Il Washington Post segnala che con il susseguirsi delle accuse contro Trump, e con il suo lento ma inesorabile ritorno sotto gli occhi e nella mente degli americani, il supporto da parte di questi sta aumentando. «Gli americani sanno che questa è una caccia alle streghe contro il presidente Trump, per interferire con le elezioni del 2024» dice il portavoce Steven Cheung. «Caccia alle streghe» è il termine chiave della retorica trumpista e, ripetendolo accusa dopo accusa, l’ex presidente è riuscito a instillare il dubbio negli americani, l’idea di essere una vittima di un sistema federale ormai prevenuto nei suoi confronti e focalizzato sul tentativo di sabotare la sua persona politica. Tanti repubblicani hanno cominciato a crederci: «La maggior parte di noi è così stufa ed è diventata sorda al continuo crocifiggere Trump, è così tanti anni che va avanti questa storia che non ascoltiamo più… l’hanno messo sotto un microscopio. Non fanno altro che seguirlo, aspettando la prossima mossa falsa per accusarlo».

La domanda viene naturale: se saranno loro i candidati per il partito repubblicano e quello democratico (e probabilmente lo saranno), cosa metteranno in campo i due? Reggerà Biden il confronto della versione potenziata delle caotiche e attraenti pirotecniche verbali di Trump, che ha battuto nel 2016? Già tutte queste cose da dire, e i giochi sono appena cominciati. ♦︎

Sofia Calvo
Non so descrivermi perché non ho ancora ben capito chi sono, ma nel frattempo ho scoperto un paio di cose: che scrivere è l'unica cosa che mi soddisfa davvero, che amo i giochi di parole e i mercatini dell'usato, e che mi diverte intavolare discussioni facendo alle persone domande stupide, tipo "I serpenti hanno la coda?"

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