Nelle ultime settimane l’universo seriale è stato monopolizzato da discussioni accese e ardite celebrazioni dell’ultimo gioiello di casa Netflix. Che la piattaforma streaming sia davvero tornata agli albori di un tempo?

Sembra strano tornare a scrivere con convinzione di un prodotto seriale targato Netflix, e questo dispiace alquanto. Non è un mistero d’altronde, negli ultimi tempi l’equilibrio fra quantità e qualità è venuto a mancare, preferendo accontentare tutti, piuttosto che rendere davvero soddisfatti pochi cultori. Niente di personale, sono solo affari, si dice così, no?

A nobilitare con un piccolo diamante la cesta di bigiotteria ci hanno pensato Scott Frank e Allan Scott, La Regina degli Scacchi ( The Queen’s Gambit ) porta le loro firme sul piccolo schermo, e lo fa con una classe invidiabile.

Non è difficile posare lo sguardo su una formidabile Anya Taylor-Joy ( Split, Glass, The New Mutants ), forte di una maturazione artistica rapida e costante tra le fila hollywoodiane, e qui sembra raccoglierne i frutti a piene mani e con consapevolezza. Se i ruoli precedenti sembravano anticipare un talento non indifferente, qui emerge completamente grazie a Beth Harmon, una protagonista piuttosto decentrata da preconcetti e modelli autoriali a cui siamo abituati. Beth non rappresenta unicamente il solito enfant prodige davanti al quale è facile strabuzzare gli occhi, dipinge anzi un vivido mosaico dove i tasselli mancanti della sua vita si inseriscono lentamente, andando a colmare le lacune di un’esistenza intera trascorsa in mezzo alle pedine di una scacchiera.

La piccola, rimasta orfana a 9 anni, viene affidata alle cure di un orfanotrofio del Kentucky, dove scopre la sua passione per gli scacchi quando si imbatte per caso nel custode della struttura.

All’epoca era consentito somministrare tranquillanti ai bambini, e la ragazzina sviluppa subito una forte dipendenza che la accompagna lungo. Non ci vorrà molto per scoprire il suo talento innato per gli scacchi, e una volta adottata, comincia a partecipare a svariati tornei che la portano in fretta su palcoscenici del calibro di Las Vegas e Città del Messico.

Tutto bellissimo, fino a quando non ci si accorge di come la sua focalizzazione esclusiva sul gioco fin da quando era una bambina abbia provocato un profondo deficit sociale nei confronti del mondo che la circonda. La ragazza appare poco avvezza agli stimoli esterni, ei motivi sono facilmente identificabili in un’adolescenza atipica, dove le sue coetanee si divertono a organizzare feste e spettegolare sui ragazzi della scuola, mentre lei è intenta a decidere se utilizzare o meno la difesa siciliana con l’avversario di turno.

Un automatismo mentale che ben presto la rende incline a vizi per lei fonte di distrazione. Dal fumo all’alcol, dall’abuso di tranquillanti alla solitudine, un passo dopo l’altro la avvicinano al baratro emozionale e allo stesso tempo la rendono umana, le tolgono quell’aura di fenomeno indifferente nei confronti del mondo, portando inevitabilmente il pubblico a empatizzare con lei.

Ed è proprio questa la mossa vincente della serie, la raffigurazione di un’entità fragile, propensa all’autodistruzione causata da un talento e una voglia di vincere che la spingono ad andare avanti oltre il limite psicofisico. Gli scacchi sono sicuramente un elemento fondamentale dell’ingranaggio, eppure passano in secondo piano più di una volta nel corso delle puntate, creano una meravigliosa cornice all’interno della quale viene dipinta una personalità tanto ammaliante nelle sue virtù, quanto decadente nelle sue debolezze, perché l’essere umano è così, sfaccettato e imperfetto come Beth Harmon.

Se la forza portante del prodotto seriale è la sua protagonista, al suo fianco ritroviamo con piacere vecchie conoscenze come Harry Melling (Dudley Dursley vi dice qualcosa?), che dopo una pausa dalle scene successiva alla saga di Harry Potter, tra uno spettacolo teatrale e l’altro, è tornato alla ribalta negli ultimi anni, convincendo pienamente anche in questo caso nei panni di Harry Beltick, senza dimenticare Thomas Brodie-Sangster (The Maze Runner, Game of Thrones), l’eterno giovane adulto interprete di Benny Watts, il campione statunitense di scacchi che sarà fondamentale per la crescita di Beth.

Ma La Regina degli Scacchi non racconta solo la vita di un giovane prodigio, bensì mette brillantemente in scena il clima sociale a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, dove se da un lato si evidenzia la donna come una figura secondaria, fortemente annichilita dal maschilismo patriarcale vigente all’epoca (avete presente i cartelloni pubblicitari vintage? Ecco, il concetto è quello), dall’altro si sottolinea la contrapposizione politica tra gli Stati Uniti e la Russia, e qui la religione e gli stessi scacchi forniscono un assist al governo per provare a ergere Beth Harmon come paladina a stelle e strisce contro i sovietici comunisti. Il che è un paradosso, se si pensa a come i due autori abbiano scelto di rappresentare l’Unione Sovietica all’interno della serie, evocatrice di lusso, classe ed eleganza a non finire. Sappiamo fin troppo bene quanto ciò non sia mai stato visto di buon occhio dall’industria cinematografica statunitense, e quest’originalità di intenti appare quasi come una nota di merito per la produzione.

A conti fatti, una domanda sorge spontanea: è lecito parlare di capolavoro seriale? Difficile a dirsi, come spesso accade in questi casi, meglio rimandare l’interrogativo in futuro. Ma sarebbe scandaloso e quantomeno ingiusto non annoverare La Regina Degli Scacchi fra le migliori produzioni Netflix di sempre. E infatti non lo faremo.

Giorgio Rolfi

Giorgio Rolfi
26 anni, di cui 19 trascorsi nella musica.  Cinema, videogames e dipendenza da festa completano un carattere non facile, ma unico nel suo genere... Ah, dimenticavo, l'umiltà non è il mio forte. 

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